C’è una domanda che Alex Karp, il capo di Palantir, ha fatto in televisione qualche settimana fa, e che continua a girarmi in testa.
“Se posso farti guadagnare un miliardo, perché ti vendo token?”
La frase è costruita per colpire, e colpisce. Ma sotto la provocazione c’è un problema vero, e non riguarda solo il prezzo dell’intelligenza artificiale. Riguarda cosa stiamo misurando quando ne misuriamo il valore.
Perché una cosa è certa: il valore dell’AI, oggi, tutti lo misurano. Ore risparmiate. Task automatizzati. Persone che fanno in un pomeriggio quello che prima richiedeva una settimana. Ci sono report, benchmark, percentuali. Un intero mercato si è organizzato intorno a questa contabilità, e i conti tornano: meno tempo, meno costi, meno persone per fare la stessa cosa.
È tutto vero. Ed è tutto ROI di sottrazione.
La contabilità che torna sempre
Sottrazione vuol dire: facevi una cosa, ora la fai con meno. Meno ore, meno errori di battitura, meno riconciliazioni manuali. È reale, si conta facilmente, ed è esattamente per questo che è affollato: se una cosa si conta senza fatica, tutti la contano, e tutti la promettono. Quel terreno è pieno.
Ma c’è un altro ROI, e non lo vede nessuno. Non perché sia piccolo. Perché è invisibile.
Pensa all’ultima decisione importante presa nella tua azienda. Non l’automazione di un processo: una decisione. Accettare o no quell’impegno. Tenere o mollare quel fornitore. Firmare o rilanciare su quel contratto. In quel momento non ti mancavano i dati. I dati, di solito, ci sono. Ti mancava, forse, l’angolo che la tua lettura non conteneva: la domanda che nessuno aveva fatto, la contraddizione tra due cose che l’azienda già sapeva, in due posti diversi, che nessuno aveva mai messo una accanto all’altra. O qualcosa che nemmeno era in casa tua: il concorrente che stava cambiando mossa, lo scenario che si spostava fuori dalla finestra mentre tu guardavi i tuoi numeri.
Decidere informati non è avere più numeri davanti. È che qualcuno, o qualcosa, ti porti sotto gli occhi ciò che stavi per non vedere, dentro e fuori. E il valore di quella decisione, se presa bene, non lo troverai mai su una riga di bilancio il mese dopo. Lo troverai (se lo troverai) nell’errore che non hai fatto.
Il costo che non compare
Questo è ROI di rivelazione: vedere ciò che prima non vedevi, e decidere meglio. E la ragione per cui sfugge a ogni conto è tutta nella sua natura. La sottrazione lascia una traccia: una fattura più bassa, un’ora in meno sul cartellino. La rivelazione mancata non lascia niente, perché è fatta di cose che non sono successe. L’errore non commesso non ha un codice contabile. La decisione sbagliata evitata non compare da nessuna parte. È la voce di valore più grande che un’impresa produce, ed è l’unica che non sta scritta da nessuna parte.
Faccio un esempio, perché “invisibile” detto e basta suona come una parola da convegno.
Un’azienda accetta un impegno che, sulla carta, regge. Le condizioni sembrano buone, la controparte è un bel nome, chi ha fatto i conti li ha fatti in buona fede e tornavano. Si firma. Nessuno, in quel momento, ha la sensazione di stare prendendo una decisione delicata: sembra solo una pratica che si chiude bene.
Poi, nei mesi, quell’impegno si rivela più oneroso di come appariva. Non per un errore clamoroso. Nessuno ha sbagliato una somma. Per una serie di cose che al momento della firma c’erano già, ma nessuno aveva accostato: un vincolo che ne attivava un altro, un costo che si muoveva mentre si guardava altrove, una conseguenza a valle che nessuno aveva collegato alla scelta a monte. Niente di tutto questo è mai finito su un report intitolato “decisione sbagliata”. Si è diluito nei numeri dell’anno, un risultato un po’ più magro del previsto, confuso in mezzo a tutto il resto, che nessuno ha più ricondotto a quella firma di quel martedì.
Quella decisione è costata. Ma il costo non è mai emerso, perché le cose che vanno storte in modo silenzioso non le contabilizza nessuno. E la cosa più scomoda è che al momento della firma non sembrava nemmeno una decisione: sembrava una pratica che tornava.
Dove si gioca quasi tutto
Ecco il punto che Karp sfiora e non dice. Per anni le aziende hanno comprato software per fare le cose più in fretta. Va bene. Ma la velocità è terreno di sottrazione. Il valore vero, quello che tiene in piedi o affonda un’impresa, non è in quanto veloce esegui: è nella qualità del momento in cui decidi. E in quel momento, oggi, non è seduto nessuno. Non c’è uno strumento che ti stia accanto mentre valuti se quell’impegno regge, che non ti dice cosa fare, ma ti mette davanti l’angolo che la tua lettura non poteva contenere.
Non parlo della grande scelta del capo una volta l’anno. Parlo di mille decisioni feriali, un margine, una clausola, una conformità, un fornitore, sparse su tutti quelli che in un’azienda decidono qualcosa, ogni giorno. Ognuna piccola. Ognuna, ogni tanto, capace di esplodere mesi dopo.
Contare solo ciò che si conta con facilità è comodo. Ma è come cercare le chiavi sotto il lampione perché lì c’è luce, quando le hai perse nel buio, dieci metri più in là. Il valore grande è nel buio. È invisibile per costruzione. E finché diamo un numero solo a ciò che è facile numerare, continueremo a pagare, in silenzio, il conto di tutto ciò che non abbiamo visto.
C’è un intero mercato costruito per farti fare le cose più in fretta. Non ne conosco ancora uno costruito per farti vedere meglio quando decidi.
Eppure è lì, non nella velocità, che un’impresa si gioca quasi tutto.
Sergio Caniatti — Creator & Architect, UBcore OS
Questo articolo è stato elaborato con il supporto dell’intelligenza artificiale. La responsabilità del pensiero, delle scelte e di ogni parola resta interamente mia.


